mercoledì 19 settembre 2012

Shelter

Un bel film, da solo nella mia mansarda, sul mio divano e i miei cuscini, nella lingua che vorrei fosse mia.
A volte i film ci parlano di noi e di quello che vorremo. Non quella casa sul mare, non quella storia d'amore. E' qualcosa di più sottile che mi scioglie un po' all'altezza dello sterno.
Mi ricorda qualcosa che ho vissuto, e poi mi ricorda quello che vorrei ora.
Mi fa pensare a quello che sono, e poi mi illumina su quello che vorrei essere.
Mi sussurra che ogni cosa nella vita è bella, questa e tutte le altre.
Da qualche parte c'è il mio rifugio e lo troverò. Nel frattempo non è male camminare sotto il sole e la pioggia. :-)


domenica 19 agosto 2012

La Même Histoire

Era una notte di luglio, credo. Non ricordo con precisione, forse più tardi. Ma era caldo, molto caldo.
Io avevo la febbre, forse il caldo che ricordo è dovuto a quello. Magari era inverno. Ma non credo. No, credo fosse luglio, prima che partissimo per Parigi, forse. Forse dopo.
Io avevo la febbre ed era notte. Ero molto stanco ed eravamo a letto, a casa mia.
Ho sempre amato la sensazione che ti dona la febbre, quel senso di tepore e accoglienza che ti fa sentire morbido e dolcemente scemo. Un po' come gli effetti di una canna, ma più salutare. E poi, l'idea che il mio corpo sta facendo tutto questo per reagire alla malattia mi piace. E sentirmi vivo, sentirmi caldo.
Sarà per questo che, quando poi abbiamo fatto l'amore, è stata, per me, una delle volte più belle. I nostri corpi che si muovevano insieme, le nostre pelli che si conoscevano ormai così bene. Il calore dentro e fuori la pelle, dentro e fuori il mio e il suo corpo. Era come se fossimo su un braciere tiepido, cullati dal vento caldo, aiutati nei nostri movimenti. Una delle volte più belle.
Poi, non era ancora troppo tardi, e lui aveva deciso di vedere un film, standomi vicino, cambiandomi gli impacchi sulla testa quando il ghiaccio si scaldava.
Ogni tanto mi addormentavo, e di quel "Paris, Je t'aime" non ricordo molto, solo qualche immagine sfocata. Probabilmente è stato quello che ho visto, immagini sfocate. Lui però l'aveva visto tutto, fino alla fine. Fino all'ultima canzone, che lui mi aveva fatto conoscere qualche mese prima. Che era diventata una delle nostre canzoni.
Questa:



Quelle note mi hanno risvegliato dolcemente, e hanno risvegliato le lacrime che avevo ricacciato dentro gli occhi. Le lacrime che lui aveva generato ma che non aveva mai visto. Non le avevo piante per paura di farlo andare via, per fargli vedere che la mia forza poteva superare anche quello, per noi due. "Perché l'hai fatto?" gli ho chiesto nel pianto. E lui non ha saputo rispondere.
Forse non saprebbe farlo nemmeno adesso.
Forse non ha mai capito il dolore che mi ha causato. E forse non l'avevo capito molto bene nemmeno io prima di quella sera. Avevo continuato a persistere in quella storia che credevo fosse perfetta, cercando solo di mettere a posto le cose nel migliore dei modi per noi. Non per me. Non capivo che prima di tutto avrei dovuto mettere a posto i miei pezzi. Allora non lo sapevo. Ora so che la prima cosa su tutte sono io, allora non sapevo che non fosse l'amore. Pensavo fossimo noi due.
Ho continuato a gridare piangendo e ha pianto anche lui.
Forse quella sera ha sentito un po' di più quello che provavo, ma nemmeno quello è stato mai abbastanza, perché da quel momento in poi ho solo voluto che soffrisse quanto avevo sofferto io. La sua sofferenza, però, doveva essere nutrita dal senso di colpa e dal rimpianto per quel cristallo che aveva crinato.
Ho continuato a urlare piangendo e ha pianto anche lui.
E fra le lacrime ci siamo baciati, al buio, con i titoli di coda che finivano di scorrere.


venerdì 29 giugno 2012

Etanolo

on air: "Atlas Of Thoughts", Marco Guazzone

Dopo una Tennent's bevuta al riparo dei clacson, torno a casa, perplesso dalle innumerevoli forme che l'idiozia umana può assumere.
Ingorghi stradali e cretini in piedi sui tetti degli autobus esultano per la vincita di undici normalissimi uomini in calzoncini che, dicono, rappresentano la nostra nazione. E' per questo motivo che queste persone sparpagliate questa sera per le strade di, penso, ogni città del nostro paese, cantano a squarciagola le parole di un inno che ripetono a memoria, magari sbagliando le parole, senza sapere cosa dice veramente. Perché lo cantano solo in queste occasioni? Perché non lo rivendicano quando vedono violati i loro diritti? Perché non lo cantano quando cercano un lavoro e nessuno è disposto a darglielo? Perché non lo cantano quando vogliono una laurea ma per ottenerla bisogna sputare il sangue? Perché non lo cantano quando vogliono più treni sulla metro B? Perché non lo cantano quando sappiamo che le nostre pensioni, se le avremo, non basteranno per farci campare in pace almeno a settant'anni? Perché non lo cantano cercando una vita migliore?
Il nostro inno è bellissimo, il nostro paese è unico al mondo, la nostra storia piena di ricchezze, la nostra cultura enorme. Ma stiamo perdendo tutto, dietro a una palla bianca e nera (e non solo quella, questo è vero), che toglie i colori anche a tutto il resto. Sembrano antichi romani sugli spalti del Colosseo. Prima erano gladiatori che si trucidavano a vicenda, ora sono calciatori. La differenza è che i calciatori vengono pagati di più e che per vederli si deve pure pagare il biglietto.
Ma vabbè.

Sono tornato a casa e questo lieve giramento di testa ho deciso di alimentarlo. Ho aperto il frigo e mi sono versato un po' di vino in una tazza.Vino bianco che sa di vigna, si sente l'odore ligneo della botte e il profumo dei tralci.
Scrivo sorseggiando. La testa sempre più lontana dalla tastiera. Non mi meraviglierò se ci saranno degli errori di battitura.
Nel frattempo, cambiando argomento, penso un po'. Penso a chi va avanti e fa sempre peggio. Penso a chi ha le capacità e non le sfrutta. A chi non crede in se stesso.
Forse, davvero è colpa di chi c'è intorno. Forse non serve a nulla essere delle persone speciali se la scintilla non ha nulla da mangiare. Forse. Boh.
Ma vedo, intorno a me, dei bei boccioli colorati che stanno per morire al sole solo perché nessuno li annaffia quanto avrebbero bisogno. Non è di certo colpa mia. Non posso farmene una colpa, anche se prima appartenevano al mio giardino.

E io. Son qui. Troppi propositi, niente di fatto, ancora. Qualcuno mi annaffia?
Solo acqua, però. Niente più alcol per stasera.

martedì 19 giugno 2012

Epifanie 1

on air: "Hoppipolla", Sigur Rós




Prova ad ascoltare ad occhi chiusi, e vedrai il bianco della neve e il celeste del cielo, le superfici dei rami all'ombra e i raggi del sole nascosto da queste escrescenze arboree. Sentirai il caldo sulla pelle e l'aria fresca che si insinua sotto le maniche. Non sentirai più te stesso ma sarai parte di questa unità molteplice. Sarai solo un corpo incosciente che ascolta. Ma non avrai forma. La tua unica nozione del mondo sarà quello che senti, quello che i suoni creano nella tua mente. Nulla è più reale, nemmeno la tua testa. Ma solo ciò che è nella tua testa.

Credo che questa sia la perfezione del mondo

sabato 16 giugno 2012

La Rete In Cui Cadiamo

on air: "Across The Universe", Rufus Wainright


Ho visto un film. Un film fantastico [Mi Chiamo Sam].
E ho pianto.
Non so da quant'è che non piangevo per un film. E' stata una sensazione strana, riscoprire queste lacrime. E mentre mi chiedevo cos'è che mi faceva piangere (cosa a cui non mi sono ancora dato risposta) ho pensato anche che era troppo tempo che mi privavo di quelle emozioni. E ho capito perché. E' lo stesso motivo per cui ultimamente non scrivo più qui, o lascio in disparte il mio diario, perché non leggo un libro per piacere o non ascolto la musica sdraiato sul divano. E' questo schermo che cattura il mio tempo, la vita che sfugge un po' quando hai qualche responsabilità in più. E' quando ti allontani dai piaceri. Quando ti concedi il modo sbagliato di riposarti. Quando non sei in contatto con le tue necessità. Quando fai di tutto per non seguire il piacere.
Com'è possibile dimenticare quello che ci piace? Forse, è quando quello che viviamo ci dà assuefazione. E' come una droga, questa rete, che rende tutto più piatto. Capita che cammini in questa pianura in cui non ci sono cose che fanno male ma nemmeno nessuna che possa entusiasmare. E ci si stanca. Ci si accascia, come  Dorothy nel campo di papaveri, così belli, apparentemente, ma letali.
Bisogna uscirne prima di rimanerci per sempre.
Quindi spengi il computer se è passata già mezzora, svegliati se sono passate più di 8 ore, voltati se hai sopportato troppo dolore, buttati se sei stato troppo tempo sdraiato a guardare il soffitto.

(Devo tornarci più spesso, qui)

sabato 17 marzo 2012

Vertigini

On air: "Cosmic Love" Florence + The Machine 
"Che cos'è la vertigine? Paura di cadere? Ma allora perché ci prende la vertigine anche su un belvedere fornito di una sicura ringhiera? La vertigine è qualcosa di diverso dalla paura di cadere. La vertigine è la voce del vuoto sotto di noi che ci attira, che ci alletta, è il desiderio di cadere, dal quale ci difendiamo con paura." (Kundera)
Ho le vertigini ma amo stare sul ciglio del burrone, arrampicarmi e guardare dall'alto. Quando ero piccolo mi mettevo seduto sui muri dei ponti con le gambe che dondolavano metri sopra l'acqua che scorreva. Mi piace guardare in alto, mi piace guardare in basso. Ho sempre voluto volare e mi sono sempre disegnato con grandi ali di angelo, fino a che non si sono staccate, sanguinanti, qualche tempo fa. Ma non avrei bisogno di quelle per volare.
Il problema sono le vertigini.
Mi fanno credere che non posso guardare giù. Dicono che quello che c'è sotto non è per me. Mi impediscono di cadere, farmi un po' male. Ma tanto se ti fai male, le ferite si rimarginano sempre. E' fantastico vedere la pelle che si ricuce da sola, giorno dopo giorno, il nostro corpo è fantastico.
Comunque.
Vertigini, paure, ansie. Non sono altro che delle zavorre che ci tengono fermi. Ci lasciano a guardare dietro una ringhiera quanto potrebbe essere bello il mondo se solo la scavalcassimo e apprezzassimo il brivido della caduta. E se davvero potessimo volare? Non lo saprò se non scavalco. Non lo saprò se non cado.
Tutte le vertigini, tutte le paure, tutte le ansie, non sono altro che dei modi per impedirci di essere felici.
Ho paura di quello che mi attrae. Tutte le mie ansie servono a tenermi fermo, sospeso, statico nella posizione intermedia tra il dolore e la felicità che non è né l'uno né l'altra. Lo vedo, è tutto davanti a me, sotto di me, sopra di me, quello che voglio. Lo vedo benissimo, sta tutto lì e mi renderebbe pieno, sereno, felice. Mi renderebbe me, quello che vorrei essere. C'è tutto quello che vorrei. Basta superare la ringhiera e cadere. Sfiorare la terra planando e vorticare in volo.

 Faccio un salto nel vuoto a occhi chiusi, ed eccomi nell'aria che mi faceva paura. E' soffice, non fa male. Era qui per me da tanto tempo. Se solo avessi deciso di tuffarmi prima! Avrei goduto di questa bellezza a lungo nel passato. D'altronde non posso biasimare la debolezza che mi ha fatto credere che le vertigini fossero un avvertimento, ma posso prevenirla dal farlo in futuro. Voglio superare la ringhiera e assaporare la paura di cadere. Voglio saltare giù e diventare una vertigine.

venerdì 27 gennaio 2012

Quello Che C'è Nella Testa

on air: "Tears Dry On Their Own" - Amy Winehouse

Giorni un po' così, passati a ripetere a me stesso e al mondo la stessa frase in una lingua che non è la mia di cui non conosco che poche tracce in piccoli libri nascosti nel caos della mia camera. La ripetizione non è mai utile, dopo un po' si scorda l'entusiasmo iniziale e si fa tutto meccanicamente. Però basta un attimo, ricordarsi che in ogni momento può essere come il primo, o come l'ultimo, per rendere tutto nuovo e importante.
In questo modo si è sempre al massimo, si fa tutto sempre nel giusto modo, si vive tutto più intensamente, costruttivamente, senza lasciare troppo al caso.
Prendo in mano la mia vita, e comincio a sorridere. Sorrido pensando al futuro, al futuro che io voglio e arriverà. Si accosterà a me e io già pregusto il suo sapore. Sa di fiori, e di quel leggero odore di bruciato di quando torniamo al caldo della casa dopo essere stati al freddo. Sa un po' di crema per le mani e di cera per capelli. Sa di sudore acre e saliva. Sa di carta e caffè.
Già lo vedo. Eccolo davanti a me, mi sta parlando e sorridendo. "Sono qui per te", dice. E io lo accolgo. E' il mio futuro, e splende.
Insomma.
Alla fine bisogna prendere in mano una corda e modellarla a terra. Camminare sulle sue curve cercando di non cadere. Funamboli sul pavimento. Se cadi, non ti fai male, e puoi ricominciare. Da capo o dal punto in cui eri arrivato. Magari poco prima.
Insomma.
Se comincio a sorridere, sorrido. Ogni cosa che il mondo ci mette davanti può scatenarci milioni di reazioni. Sta tutto a noi, decidere quale delle tante attuare, quale emozione provare.
Quindi, comincio a sorridere e ogni attimo del mio futuro avrà un sorriso.
Sono già felice per quello che succederà.
:-)