domenica 19 agosto 2012

La Même Histoire

Era una notte di luglio, credo. Non ricordo con precisione, forse più tardi. Ma era caldo, molto caldo.
Io avevo la febbre, forse il caldo che ricordo è dovuto a quello. Magari era inverno. Ma non credo. No, credo fosse luglio, prima che partissimo per Parigi, forse. Forse dopo.
Io avevo la febbre ed era notte. Ero molto stanco ed eravamo a letto, a casa mia.
Ho sempre amato la sensazione che ti dona la febbre, quel senso di tepore e accoglienza che ti fa sentire morbido e dolcemente scemo. Un po' come gli effetti di una canna, ma più salutare. E poi, l'idea che il mio corpo sta facendo tutto questo per reagire alla malattia mi piace. E sentirmi vivo, sentirmi caldo.
Sarà per questo che, quando poi abbiamo fatto l'amore, è stata, per me, una delle volte più belle. I nostri corpi che si muovevano insieme, le nostre pelli che si conoscevano ormai così bene. Il calore dentro e fuori la pelle, dentro e fuori il mio e il suo corpo. Era come se fossimo su un braciere tiepido, cullati dal vento caldo, aiutati nei nostri movimenti. Una delle volte più belle.
Poi, non era ancora troppo tardi, e lui aveva deciso di vedere un film, standomi vicino, cambiandomi gli impacchi sulla testa quando il ghiaccio si scaldava.
Ogni tanto mi addormentavo, e di quel "Paris, Je t'aime" non ricordo molto, solo qualche immagine sfocata. Probabilmente è stato quello che ho visto, immagini sfocate. Lui però l'aveva visto tutto, fino alla fine. Fino all'ultima canzone, che lui mi aveva fatto conoscere qualche mese prima. Che era diventata una delle nostre canzoni.
Questa:



Quelle note mi hanno risvegliato dolcemente, e hanno risvegliato le lacrime che avevo ricacciato dentro gli occhi. Le lacrime che lui aveva generato ma che non aveva mai visto. Non le avevo piante per paura di farlo andare via, per fargli vedere che la mia forza poteva superare anche quello, per noi due. "Perché l'hai fatto?" gli ho chiesto nel pianto. E lui non ha saputo rispondere.
Forse non saprebbe farlo nemmeno adesso.
Forse non ha mai capito il dolore che mi ha causato. E forse non l'avevo capito molto bene nemmeno io prima di quella sera. Avevo continuato a persistere in quella storia che credevo fosse perfetta, cercando solo di mettere a posto le cose nel migliore dei modi per noi. Non per me. Non capivo che prima di tutto avrei dovuto mettere a posto i miei pezzi. Allora non lo sapevo. Ora so che la prima cosa su tutte sono io, allora non sapevo che non fosse l'amore. Pensavo fossimo noi due.
Ho continuato a gridare piangendo e ha pianto anche lui.
Forse quella sera ha sentito un po' di più quello che provavo, ma nemmeno quello è stato mai abbastanza, perché da quel momento in poi ho solo voluto che soffrisse quanto avevo sofferto io. La sua sofferenza, però, doveva essere nutrita dal senso di colpa e dal rimpianto per quel cristallo che aveva crinato.
Ho continuato a urlare piangendo e ha pianto anche lui.
E fra le lacrime ci siamo baciati, al buio, con i titoli di coda che finivano di scorrere.